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Ott 05

Che significa credere al destino?

moire

Con il termine destino genericamente ci si riferisce a un insieme d’inevitabili eventi che accadono secondo una linea temporale soggetta alla necessità e che portano ad una conseguenza finale prestabilita.

Il destino può essere concepito come l’irresistibile potere o agente che determina il futuro, sia dell’intero cosmo sia di ogni singolo individuo. Il concetto risale alla filosofia stoica che affermava l’esistenza di un ordine naturale prefissato nell’universo ad opera del Logos (inteso come “legge universale”).

Nel linguaggio moderno, il termine destino è connesso a quello di fato (anche se non sovrapponibile): fatum, participio passato neutro del verbo latino fari, vuol dire “ciò che è detto” o “la parola detta (dalla divinità)” a cui ci si deve adeguare e alla quale è inutile tentare di sottrarsi. Nella cultura greca, erano le tre Moire a gestire il destino degli uomini, filandone il filo della vita in modo immutabile.

In entrambi casi, dunque, si parla di un finale prestabilito.

In realtà nell’antichità i significati differivano. Il fato, infatti, nel mondo classico, indica l’essere sottoposti a una necessità che non si conosce, che appare casuale e che pure invece guida il susseguirsi degli eventi secondo un ordine non modificabile. Il destino invece può essere cambiato poiché esso è inerente alle caratteristiche umane: «faber est quisque fortunae suae» (ciascuno è artefice della propria sorte): l’unico artefice del proprio destino è nella mentalità romana dunque l’uomo stesso. Se l’idea di fato implica spesso rassegnazione e passività di fronte al corso obbligato degli avvenimenti, l’uomo romano si considera invece responsabile protagonista delle sue azioni e della lotta contro il bisogno e la miseria.

Attualmente, invece, spesso i due termini sono sovrapposti: credere al destino o essere fatalisti finisce per essere la stessa cosa, implicando la convinzione che una serie di eventi della nostra vita siano già prestabiliti e non modificabili.

Quanto influisce sulle nostre vite questo fatalismo? Raccontarsi la vita in un modo piuttosto che in un altro, cioè la modalità narrativa del Sé, dà forma e organizza le nostre azioni, i nostri pensieri, la nostra interpretazione della realtà e dunque anche le nostre emozioni. Immaginare di avere scelta nelle proprie azioni e in quello che ci accade è molto diverso dal credere che, qualunque cosa si faccia, la via è già segnata. Nel primo caso ci si attribuisce un potere nell’influire sulla propria vita, un senso costruttivo di responsabilità, nel secondo caso si sperimenta un senso di impotenza, ad esempio. Inoltre, un risultato raggiunto oppure un risultato mancato nel caso dell’idea di “destino” comunemente intesa vengono interpretati come qualcosa di ineluttabile qualsiasi cosa si fosse fatto, mentre se si pensa di poter costruire la propria realtà essi possono essere messi in relazione con gli sforzi fatti, le risorse a disposizione, le strategie impiegate, permettendoci di imparare e fare bene o meglio nelle prossime occasioni… Pensare di essere responsabili e potenti rispetto alla propria esistenza mette dunque nella possibilità di avere più risorse a livello cognitivo ed emotivo, di implicarsi attivamente e prendere in mano la propria vita.

                                                                                                                                                                                                                                  

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